I parlamentari di Fratelli d’Italia hanno fortemente voluto la “Commissione d’inchiesta Covid” per ricostruire le decisioni prese durante la pandemia e, in particolare, la gestione delle forniture riguardanti le mascherine chirurgiche durante il Governo Conte. Una commissione parlamentare d’inchiesta istituita per far luce sulle molte ombre emerse nella gestione del Covid-19 (anche sul piano economico) e degli interessi contingenti legati all’emergenza sanitaria.
Ombre sul “caso mascherine” durante il Governo Conte: le testimonianze dei due imprenditori
La commissione d’inchiesta ha ascoltato due imprenditori. Sembrerebbe che all’epoca un avvocato si sia proposto come intermediario per aiutarli nei rapporti con chi, durante il governo Conte, decideva gli acquisti pubblici di mascherine per lo Stato. Parliamo di un giro di affari milionario.
La richiesta di milioni di euro per ottenere una maxi fornitura
Nel 2020 l’imprenditore Giovanni Buini stava trattando con lo Stato nuove forniture di mascherine dopo averne già venduto un primo lotto durante la pandemia. Una delle trattative riguardava una commessa enorme: 160 milioni di mascherine.
Secondo la sua testimonianza, Buini incontrò gli avvocati Luca Di Donna e Gianluca Esposito. Questi gli furono presentati come persone in grado di aiutarlo nei rapporti con la struttura pubblica che gestiva gli acquisti per conto del governo. Durante quei colloqui, ha raccontato Buini, gli fu detto che Di Donna era un ex collega di studio di Giuseppe Conte e un suo “fedelissimo”.
Il secondo incontro, sempre secondo il racconto dell’imprenditore, si svolse nello studio dell’avvocato Guido Alpa, storico mentore di Conte. In quella sede sarebbe stata avanzata la richiesta economica: circa 13 milioni di euro per svolgere l’attività di intermediazione sulla maxi fornitura. Buini ha definito quella richiesta una “palese tangente” e ha deciso di interrompere tutto.
Il caso Jc Electronics: “Chiesto il 10% per sbloccare i rapporti con lo Stato”
Un racconto simile è arrivato da Dario Bianchi, rappresentante della società Jc Electronics. Un’azienda che aveva già fornito mascherine allo Stato durante l’emergenza, ma aveva problemi con pagamenti e rapporti amministrativi.
Bianchi ha riferito che anche a lui fu presentato Luca Di Donna come persona capace di intervenire grazie ai suoi contatti. Il primo incontro, secondo la testimonianza, si sarebbe svolto proprio nello studio di Guido Alpa, dove Di Donna si sarebbe presentato come “collega del premier Conte”.
Successivamente, sempre secondo il racconto di Bianchi, Di Donna avrebbe spiegato di avere parlato con la struttura che gestiva gli acquisti pubblici e avrebbe chiesto il 10 per cento del valore delle forniture, anche future, per risolvere la vicenda. Bianchi ha detto che non gli fu mai spiegato quale attività concreta sarebbe stata svolta in cambio di quella somma. Per questo ha definito la richiesta “abnorme e ingiustificata” e ha rifiutato.
Le somiglianze tra i due episodi alimentano nuove domande sulla trasparenza della gestione delle mascherine Covid durante il Governo Conte.