Il Referendum sulla riforma della giustizia chiede ai cittadini di confermare una modifica importante. Proprio per questo, secondo i gruppi FdI di Camera e Senato, è fondamentale votare basandosi su fatti verificabili e non su frasi inventate o attribuite in modo scorretto a figure simbolo dello Stato.
Verità? Quando mancano gli argomenti, si inventano le parole: la sinistra ha scelto di diffondere dichiarazioni mai pronunciate da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per influenzare il dibattito. Queste affermazioni, però, possono essere smentite con verifiche semplici e accessibili a tutti.
Tutto quello che c’è da sapere sul Referendum sulla Riforma della Giustizia.
La bufala attribuita a Giovanni Falcone
A Giovanni Falcone viene attribuita la seguente dichiarazione: “Una separazione delle carriere può andar bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero. Ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile”.
Peccato che questa intervista, datata 25 gennaio 1992 e attribuita a Repubblica, non esiste. La controprova è riportata in un articolo pubblicato dal quotidiano Il Dubbio, che ha verificato direttamente gli archivi storici di Repubblica, dimostrando che in quella data non risulta alcuna intervista a Giovanni Falcone.
La bufala attribuita a Paolo Borsellino
Anche a Paolo Borsellino viene attribuita una frase mai pronunciata, che sarebbe stata detta in una presunta intervista a Samarcanda il 23 maggio 1991:
“Separare le carriere significa spezzare l’unità della magistratura. Il magistrato requirente deve poter svolgere la sua funzione senza dover rendere conto al potere politico”. Anche questa intervista non è mai avvenuta. La controprova emerge dalle verifiche effettuate da Radio Radicale. In seguito allo studio condotto sugli archivi RAI, che conservano i palinsesti e le registrazioni delle trasmissioni dell’epoca, non risulta che Paolo Borsellino sia mai stato ospite di Samarcanda.
La vera posizione dei due magistrati
Durante l’intervista rilasciata da Giovanni Falcone a Repubblica, il 26 settembre 1990, Giuseppe D’Avanzo gli chiede: “Sta sostenendo che il pm deve essere non più dipendente dal Giudiziario, ma ricadere sotto l’Esecutivo?”. Falcone risponde così: “So che questa è un’accusa. Bene, di per sé non mi scandalizzerebbe un pm dipendente dall’Esecutivo. Non stiamo discutendo di categorie immutabili, ma di scelte politiche. Ciò che funziona in un paese può non funzionare in un altro, e l’Italia è uno dei pochi paesi dove la pubblica accusa non dipende dall’Esecutivo. Però, a dirla tutta, questo non ha dato grandi risultati nella lotta alla criminalità organizzata. Anch’io, comunque, sono convinto che, nel contesto attuale, l’indipendenza del pm debba essere tutelata. Ma l’indipendenza non è un privilegio di casta.”
L’altra dichiarazione di Falcone
E ancora, nel 1991, in un’altra intervista, sempre su Repubblica, Falcone dichiara: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice”.
E prosegue: “Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri”.
Il senso delle dichiarazioni di Giovanni Falcone
Occorre chiarire il contesto storico in cui Giovanni Falcone muove queste dichiarazioni. Alla fine degli anni Ottanta, in Italia viene cambiato il processo penale.Si passa dal modello inquisitorio a quello accusatorio. Il pubblico ministero è diventato “parte” nel processo, esattamente come l’avvocato difensore, mentre il giudice è rimasto figura super partes, ossia neutrale. Secondo Falcone, se nel nuovo processo il pm è una “parte”, non può più essere intercambiabile con il giudice. Servono formazione diversa, carriera diversa e competenze diverse.
Cosa pensava Borsellino
Passiamo a Paolo Borsellino. Nel faccia a faccia tra lui e l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, tenutosi il 5 luglio 1991, il magistrato dichiarò che in una situazione politica come era quella italiana, dove, in quella fase storica, non c’era una vera e propria alternanza al governo, l’indipendenza del pubblico ministero rappresentava una garanzia essenziale contro il rischio che la giustizia venisse piegata agli interessi della classe politica. Ma precisava anche che se si fossero create le condizioni per una vera alternanza, allora si poteva parlare di cambiare il sistema.
Ecco perché bisogna votare
Secondo i parlamentari di Fratelli d’Italia, proprio la diffusione di informazioni false rende ancora più importante partecipare al referendum. Votare significa scegliere sulla base di verifiche serie, non di slogan o citazioni inventate.
Partecipare al voto è un atto di responsabilità e di rispetto verso la verità.