Data: 06/02/26

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Quando le correnti politiche del Csm bocciarono Giovanni Falcone

Tra gli argomenti usati da chi sostiene il no al Referendum, c’è la ferma opposizione al sorteggio. Un sorteggio che eliminerebbe di molto il potere delle correnti politiche interne alla magistratura e al Csm. Evidentemente c’è chi vuole mantenere il potere politico all’interno della magistratura.

In vista del Referendum, si parla molto del funzionamento della giustizia in Italia. C’è davvero bisogno di questa riforma? Secondo i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, si. Assolutamente. L’organizzazione della giustizia e dei magistrati funziona bene? A quanto pare è un sistema che può e deve essere migliorato.

 

Le correnti politiche nella magistratura

Tra gli argomenti usati da chi sostiene il no al Referendum, c’è la ferma opposizione al sorteggio. Un sorteggio che eliminerebbe di molto il potere delle correnti politiche interne alla magistratura e al Csm (Qui un approfondimento sul sorteggio e il Csm). Evidentemente c’è chi vuole mantenere il potere politico all’interno della magistratura.

C’è chi dice che il sorteggio eliminerebbe la quota di esperienza che serve per giudicare una nomina. Che con la nuova riforma un “qualunque” magistrato sorteggiato avrebbe potere di decidere. E quindi? Viene a decidere mica uno che fa un altro mestiere? Siamo sicuri, oltretutto, che questa “esperienza” che si vuole mantenere e che si traduce nell’appartenenza politica ad una corrente o un’altra, è davvero così importante?

 

Quando il Csm bocciò il giudice Giovanni Falcone

Il 19 gennaio 1988, i componenti “esperti” del Csm bocciarono Giovanni Falcone come nuovo capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Fu scelto il giudice Antonino Meli, appartenente ad una corrente evidentemente più potente.

Falcone avrebbe dovuto prendere il posto di Antonino Caponnetto, che aveva assunto il ruolo di capo del pool antimafia ideato da Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia per le sue indagini il 29 luglio 1983. Falcone, insieme al suo collega Paolo Borsellino e agli altri componenti del pool antimafia di Palermo, aveva in quegli anni combattuto (come tristemente sappiamo a costo della vita) la mafia come mai nessuno aveva fatto fino a quel momento.

Giovanni Falcone aveva visto assassinare la sua prima guida all’ufficio istruzione di Palermo Rocco Chinnici e poliziotti coraggiosi come Ninni Cassarà e Beppe Montana. Eppure, con enorme spirito di coraggio e sacrificio, era andato avanti con le indagini del pool antimafia, fino al Maxiprocesso alla mafia che portò a 19 ergastoli per i mafiosi e pene per un totale di 2665 anni di carcere.

Ma nonostante tutto questo, nel 1988 il Csm ritenne di preferire un altro magistrato alla guida dell’ufficio attraverso il quale Giovanni Falcone stava conducendo la più grande battaglia contro la mafia che abbia mai conosciuto il nostro Paese. Questa scelta portò alla fine del pool antimafia di Palermo.

 

L’isolamento di Falcone

La bocciatura del 1988 fu solo uno dei tanti momenti di isolamento e delegittimazione che Falcone subì da parte di settori correntizi della magistratura e della politica, che lo portarono infine a lasciare Palermo per accettare un incarico a Roma.

 

La scelta politica del Csm che bocciò falcone

Antonino Caponnetto, nel 1996, fu intervistato da Gianni Minà nella trasmissione Storie di Rai 2.  alla domanda “Chi ha distrutto il pool antimafia”, Caponnetto rispose:

“Ognuno ha fatto la sua parte. Meli ha contribuito ad anticipare la fine dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Giovanni Falcone, emarginandolo, non accogliendo alcune delle sue istanze, […] e ricominciando l’antico sistema di smembrare i processi di mafia, assegnandoli a tutti. […] Così praticamente smembrò il pool. Vanificò tutto il lavoro che si era cominciato a fare sulle dichiarazioni interminabili – 700 pagine – di Antonino Calderone, capo della mafia catanese.”
Siamo sicuri che non serva il sorteggio per le nomine del Csm?
Tutto quello che c’è da sapere sul Referendum della Giustizia.

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A sinistra c’è chi ha avuto il coraggio di parlare apertamente, senza temere antipatie tra i magistrati (ma anche tra loro molti sono per il Si), chi si è rimangiato la parola e mente sapendo di mentire. C’è poi chi non parla – e chi frequenta il parlamento sa che sono tanti – perché non ha il coraggio di dire di essere d’accordo con questa riforma.

Francesca Scopellitti, moglie di Enzo Tortora, affronta il tema del Referendum. Lo fa testimoniando la condanna ingiusta del marito, con testimonianze costruite ad hoc. Gli avversari del Sì, oggi, sono proprio quei giudici non giusti, che vogliono mantenere  il potere di condannare senza prove. La Riforma vuole giudici giusti, a garanzia del diritto di difesa dei cittadini.

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